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Ah, quel giornalismo di una volta

   
  mario francesco simeone 
 
Ah, quel giornalismo di una volta
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Parole, parole da tutte le parti. Mina e Alberto Lupo avevano individuato la questione già nel 1972 ma la loro disamina si muoveva nello spazio segreto istituto della voce dialogante di due amanti. Invece, spetta ai Jalisse il merito di aver inquadrato il problema con i giusti termini del contemporaneo, quelli della fluidità e dello sconfinamento. Forse, nel 1997, il loro pensiero erano troppo avanti, in fondo l’etica e l’estetica di internet, almeno in Italia, non erano ancora così diffuse e dei social network non ce n’era nemmeno il sentore, non se ne sentiva la necessità. Solo adesso si spiegano le motivazioni della contestatissima vittoria sanremese, era una questione di preveggenza. È bianco il rumore di moltissimi canali dell’Internet, un sottofondo brulicante e ritmato dall’incedere fluente, non sempre suadente, di parole, fiumi di codici più o meno densi di senso, corsi perenni di segni con tanto di affluenti che generano complessi reticoli di verbi, locuzioni, punti esclamativi e caps lock, per sfociare, infine, in uno sconfinato, turbinoso bacino idroGrafico. Si parla, cioè si scrive (ma, oggi, qual è la differenza tra scrittura e oralità?) troppo.

La copertina (molto sintetica) dell'album dei Jalisse

Per alcune affinità, non solo professionali, avverto molto l’urgenza di questo problema, del quale già ha scritto Matteo Bergamini nel "Fatto" del 2 febbraio, commentando un approfondimento del New York Times sulla condizione futuribile del giornalismo, settore che, in buona parte, contribuisce a far aumentare la mole di parole quotidianamente sprecate su internet. Secondo il report stilato da una commissione di sette giornalisti, le possibili linee di sviluppo sembrano procedere in netta controtendenza rispetto alla situazione attualmente percepita. Insomma, pare che stiamo uscendo dall’epoca della sovrabbondanza delle parole per entrare in una nuova fase dell’incisività, con notizie selezionate e originali, in grado di creare nuovi argomenti di discussione, evitando di rianimare filoni ormai esauriti. Come ben sintetizzato nel titolo di Rivista Studio, che ha ripreso l’articolo dei N.Y. Times, "scrivere meno per scrivere meglio” potrebbe diventare non solo una voce della deontologia professionale ma anche la nuova regola aurea dell’advertising che, da molti, è considerato il vero colpevole della bassa qualità dei contenuti e della forma, dovendo privilegiare, per questione di capitale, l’estrema diffusione. In particolare, negli ultimi tempi, si sta parlando molto di native advertising, cioè una tipologia di pubblicità online che assume l’aspetto dei contenuti del sito sul quale è ospitata e non ne interrompe ma ne integra la fruizione. Una mina mimetizzata e pronta a esplodere al clic su "ordina ora” oppure un approfondimento dello storytelling?

Weegee fotografato da Leigh Wiener

L’argomento rimane controverso ma il N.Y. Times scommette sul futuro di questa modalità e continua accennando a un argomento altrettanto spinoso: far sentire il lettore all’interno di ciò che sta leggendo, sommerso da migliaia di ettolitri di informazione, a 360° nella notizia con tutti e sei i sensi. Gli stessi termini che ho usato per descrivere questa situazione di coinvolgimento totalizzante, immersivo, in sé tutt’altro che nuova, mi sembrano ambigui, come se stessi raccontando più un’esperienza ludica che un processo di conoscenza. Il gioco è un gradevolissimo e fondamentale esercizio di trasmissione del sapere, a patto di giocare conoscendo le regole e avendo le chiavi di lettura per interpretarle. L’intrattenimento sembrerebbe essere qualcosa di diverso, insiste sull’ambiguità, su uno sfumato senso del tempo e della partecipazione, non riesco nemmeno a definirlo con chiarezza. Ma è proprio sull’indeterminatezza tra informazione e intrattenimento, sul vago piacere dell’inutilità ben mascherata, che le truppe della famigerata colonna destra hanno strategicamente puntato per avanzare inesorabili nelle home page, marciando al suon di petaloso, nonsonogiapponese e

INCREDIBILESCOPERTASCONCERTANTEDIILARYCLICCAELEGGI

Lello Arena intervista James Senese, in No grazie il caffè mi rende nervoso

Pubblicità, clickbait, SEO e Analytics a parte, il giornalismo è un ambito considerato in caduta libera, una professione in crisi sotto tutti i punti di vista, arrivando a coinvolgere l’intera filiera del contenuto, dall’elaborazione alla fruizione. Generalizzando, questa situazione è dovuta alla coincidenza di molti fattori, dei quali se ne deve accettare l’ineluttabilità storica, riconoscendovi, piuttosto, una necessità di ridiscussione, visto che le stesse modalità del comunicare sono periodicamente sottoposte a cambiamenti dei parametri. Come sembrano pioneristiche quelle pose del giornalismo d’assalto della metà del Novecento, scarpe consumate dalla corsa tra il luogo del fatto e la redazione, block notes, sguardo indagatore e lingua affilata, quando la stampa iniziava a essere considerata come il Quarto Potere. Al cospetto dei metodi di lavoro attuali, quell’atteggiamento è considerato, al più, romantico, come descritto nelle pagine di un romanzo di formazione. Ma sfogliare le immagini di un tempo trascorso è solo un modo più elegante di "piangere miseria”, come si dice a Napoli, ovvero macerarsi nella consunzione per non affrontare questa situazione che ha tutto l’aspetto di un intricato paradosso. I fruitori sono immersi nel flusso incessante di notizie che, gestito non più solamente dagli addetti ai lavori ma da una platea straripante, genera profitti enormi. Però, questa piattaforma ampliata non porta né a un accrescimento economico del settore né a un consolidamento del pensiero individuale e collettivo. Di fatto, in virtù di questo assottigliamento della distanza tra i ruoli, il giornalista non è più una professione riconoscibile, con buona pace del tesserino che sento scalpitare nel portafoglio, della deontologia e di un Ordine al di fuori del tempo e dello spazio, entità eterea al di là del bene e del male. Il giornalismo di una volta non c’è più, eppure ci sono ancora molti giornalisti, che riconoscono nel proprio lavoro una competenza e una responsabilità specifiche ma hanno smarrito l’ambito di confronto, il metro di paragone. Le linee editoriali sono state fraintese e dichiarate obsolete da un sistema comunicativo che ha privilegiato la confusione delle voci individuali, egotistiche, referenziate solo da se stesse.

Buster Keaton in The Cameraman

Dopo aver preso atto delle criticità e delle opportunità di questa condizione, si può accettare la sfida che risiede, tra l’altro, nell’elaborazione di strumenti giornalistici specifici, nella proposizione di linguaggi in grado di entrare in confronto tanto con le sfumature della post verità che con i termini dell’autorevolezza e della credibilità. Alcuni passi importanti si stanno compiendo, nelle ultime ore Facebook ha annunciato un accordo di collaborazione con otto mezzi di informazione francesi, tra cui Le Monde e AFP, per avviare una sperimentazione di Fact Checking sulla massa di notizie che affollano ogni giorno il social network. Tentare è un compito necessario, l’incapacità di mediazione, di istituire un legame tra le cose che accadono e le persone, sta generando volumi di discorsi giganteschi e pericolanti, perché vuoti di senso storico e colmati dall’irrazionalità, un sentimento che riesce ad adattarsi perfettamente a ogni contesto. Basti pensare a com’è gestito mediaticamente il fenomeno dell’immigrazione ed è solo il caso più eclatante perché la questione si ripropone nelle pagine di cronaca, politica ed esteri, fino e oltre alla terza, quella della cultura. Nel caso specifico, l’arte, che sembra essere contemporanea solo per limiti anagrafici, tanto onnivora nel campo visivo quotidiano quanto incapace di incidere nell’elaborazione e nella diffusione delle conoscenze collettive, soprattutto per l’assenza di un tramite linguistico in grado di renderla efficacemente presente. Ma anche la scienza sembra lontana, visto che, quando tenta timidamente di uscire dai laboratori, viene per lo più relegata nell’enciclopedia del sensazionalismo. 

Ecco, sono stato trascinato dal fiume di parole e ne ho scritte troppe. E intanto i Jalisse continuano a essere fraintesi, visto che sono stati esclusi dalla lista dei 22 big di Sanremo 2017.



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