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arte contemporanea, collettiva SPAZIO SENZATITOLO ​ Via Panisperna 100 Roma 00184

Roma - dal 20 giugno al 22 luglio 2006

Massimo Arduini - Wunderkammer

Massimo Arduini - Wunderkammer
SPAZIO SENZATITOLO
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Via Panisperna 100 (00184)
+39 064741881 , +39 064741881 (fax), +39 3920318164
info@spaziosenzatitolo.org
www.spaziosenzatitolo.org
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Senzatitolo ospita una installazione di Massimo Arduini ideata per i locali di via Panisperna
orario: dal martedì al sabato 17-20
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: free admittance
vernissage: 20 giugno 2006. ore 19
autori: Massimo Arduini
genere: arte contemporanea, personale

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comunicato stampa
Senzatitolo ospita una installazione di Massimo Arduini ideata per i locali di via Panisperna.
Il progetto, strettamente legato a Interno olandese, lavoro presentato dallo stesso artista alla Galleria Nazionale d´Arte Moderna nell'ambito della manifestazione Tribù della memoria (2005), proietta lo spettatore in un mondo affollato di immagini, parole e oggetti che costituiscono le unità minime del lessico privato dell´autore



La casa di specchi

"Però, mi pare che mi abbia riempito la testa di idee...soltanto, non saprei dire esattamente di quali idee. In ogni modo, qualcuno ha ucciso, qualche cosa; questo almeno è chiaro..."
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

Un caleidoscopio nello spazio senzatitolo. L´idea sembrava familiare forse proprio perché Massimo Arduini cercava di costruire un meccanismo e, in buona sostanza, soprattutto una macchina retorica che parlasse dell´origine dell´opera d´arte. Si trattava in fondo di installare un gioco che rimandasse direttamente alla osservazione proposta da Ernst Gombrich nel breve saggio Il cavallo a manico di scopa ovvero le radici della forma artistica:

quella strana zona che chiamiamo "arte" è come una sala tutta specchi .... Ogni forma evoca mille ricordi e immagini secondarie. Non appena un´immagine è assegnata all´arte, viene a crearsi un nuovo nesso di rapporti al quale l´immagine non può sfuggire.

The figures tell a different story, (Le immagini raccontano una storia diversa) è un modo di dire che indica quanto spesso le immagini abbiano la capacità di rivelare, di aggiungere informazioni rispetto a ciò che già conosciamo ma anche quanto in realtà sappiano negare verità mai poste in discussione prima.

Il ritratto di Marilù, le immagini colorate dei piccoli fermagli o dell´artista stesso nei panni di un equilibrista sono unità minime di un lessico familiare che lasciate all´interno del meccanismo presentano un´attitudine alla disorganizzazione ordinata dell´insieme. Il caleidoscopio si presenta come la sala delle meraviglie dell´artista- collezionista, è un apparato ludico che vuole accreditare il caso come origine di tutto e che non esita a gettare, alla stregua di un ospite inatteso, lo scompiglio tra gli abiti che ogni giorno indossiamo per convenienza e opportunismo.

Così, le immagini aspirano ad essere gli atti mancati più veri, sono la libertà di dire senza remore ben oltre il minimo e il quotidiano presentati e subiti.
Al contrario dell´inganno e della menzogna che ci rassicurano in una situazione di apparente serenità e in un mondo popolato da maschere, le immagini e gli oggetti a noi cari, proprio quelli che abbiamo eletto e che affollano il mondo privato di ciascuno di noi, rompono il silenzio, aprono un varco a un vortice di dubbi e incertezze e smascherano il pietoso conformismo.

Le immagini si moltiplicano grazie alla rotazione e al gioco degli specchi ma dal tourbillon del fétichiste-voyeur dileguano nel corpo unico evanescente.
Alla frenesia del segno si sostituisce, nella seconda apertura dello spazio, la visione dall'alto della intricata accumulazione di una forma statica (la familiare attache) riproposta con ossessione iterativa, variata nella scala e alterata nella finitura di superficie.

Quella forma familiare, senza sotto o sopra, senza destra né sinistra, è strutturata per essere libera nello spazio e svincolata dai margini in cui è nata. La luce continua, intensificata dal gioco degli specchi che aveva accompagnato le immagini discontinue e frammentate del caleidoscopio, lascia il campo a una luce intermittente che alimenta la forma fluorescente che non vuole più essere autoritratto ma essudato di un processo cognitivo e liberatorio fatto di attese e sorprese.

Attesa e sorpresa acquistano consistenza nei grappoli di parole che disegnano le sagome antropomorfe messe a presidio della galleria e che offrono un appiglio al senso ma lasciano deluso chi volesse catturarlo per renderlo finito.

Prima che la macchina inizi il suo movimento, resta solo da chiedersi:
"Funzionerà? E cosa vedremo?"

Massimo Arioli
 
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