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Fino al 18.XI.2017
OPALKA, 1958 - 1965 /1-∞
Galleria Michela Rizzo, Venezia

   
  Penzo + Fiore 
 
Fino al 18.XI.2017 - OPALKA, 1958 - 1965 /1-∞ - Galleria Michela Rizzo, Venezia
pubblicato

Davanti all’equilibrio inesorabile del 196x135 dei Détail di Roman Opalka si genera, nel giro di uno sguardo, una lotta che entra in modo irreversibile nelle nostre menti. La monastica azione performativo/rituale che dal 1965 all’infinito della morte viene sgranata dall’artista polacco, crea un’atmosfera di sospensione e di rigore filosofico che non combacia con l’immagine così saturata di riferimenti iconici che si affaccia alla nostra immaginazione. 
Su Opalka sono state scritte pagine meravigliose, il suo lavoro tanto definitivo quanto ossessivo è la perfetta condizione su cui leggere alcune delle più interessanti teorie del pensiero del XX secolo. Vederne esposti i lavori concepiti e prodotti prima di quel fatidico n.1 del ‘65 in bianco su nero, apre un’ulteriore prospettiva su una ricerca che già cercava un dispiegarsi del tempo da poter riversare sul tessuto del quadro. Allora la serie dell’alfabeto greco, oli su tela in cui la marginalità del segno diventa il cardo che si incontra al decumano di un’urbanistica pittorica, in cui la disciplina si ricollega all’origine del sapere così come l’Occidente lo conosce, è il presupposto di quella rivelazione del ‘65. 
Il piano superiore della galleria Michela Rizzo permette di entrare nell’intimità più profonda del progetto "OPALKA 1965/1-∞", in cui i numeri progressivi si imprimono su un fondo addizionato progressivamente di bianco, tela dopo tela. Il sussurrio dei numeri in polacco, oltre a preservarne la dimensione concettuale pur nella scomparsa della forma, rivela quel carattere performativo fondamentale nell’opera dell’autore, rigorosissimo sismografo del decadimento del proprio corpo. Caratteristica, quest’ultima, che lo ha reso un angolo della triade scelta da Adriana Polveroni e Patrizia Nuzzo per la mostra "Il mio corpo nel tempo. Lüthi, Ontani, Opalka", che verrà inaugurata alla GAM A. Forti di Verona il prossimo 13 ottobre. 

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Roman Opalka OPALKA 1965/1-∞ DETAIL - 4666040-4685660 Acrylique sur toile 196 x 135 cm

Torniamo a quell’immagine iniziale che ci aveva attraversato la mente di fronte alla ripetizione di numeri sempre più grandi. Simbolismo e cromatismo ci riconducono alla tragedia umana per eccellenza, la metodica attuazione di un piano volto a sterminare una quantità abnorme di soggetti disallineati. 
La disumanizzazione, spesso ricondotta ad un livello del tutto spirituale e filosofico, si sovrappone alle parole che Primo Levi scrive ne I sommersi e i salvati: "L' operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome; questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa […] un messaggio non verbale, affinché l' innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna”. I numeri tatuati sul braccio dei deportati nei campi di concentramento nazisti sono numeri lunghi, scuri, sbiaditi da una carne che mentre invecchia seppellisce l’inchiostro. Sono numeri ossessivi, precisi, progressivi. Sono numeri che nell’immaginario collettivo rimangono come segni indelebili e potenzialmente privi di un reale epilogo. I numeri che sono restati sulla pelle dei sopravvissuti per tutta la vita sono numeri che ricordano quanto l’uomo non fosse più umano, quanto una pianificazione morbosamente costante e scandita, potesse ambire a imprimere un cambio epocale alla società umana. 
Non riusciamo a non vedere in quella serie numerica infinita, piccola, ossessiva che si può leggere avvicinandosi alle tele-porta, un riferimento sommerso e invisibile al simbolo così radicalmente foriero di morte che il tatuaggio numerico è stato. Un altro orizzonte di senso quello di Opalka, il desiderio di rendere inesorabile la logica del tempo lineare, con tutte le possibili implicazioni che un simile ineluttabile processo può portare con sé. Però ci sono le parole in cui dice di non voler far menzione di ciò che era avvenuto a sé e alla sua famiglia durante la guerra: "All’inizio dell’anno 1940, fummo deportati in Germania e tenuti prigionieri sino alla fine delle ostilità. Non dirò altro su ciò che vi abbiamo vissuto”. Non sappiamo cosa sia nascosto in quel non detto, non sappiamo se sia valso di più il vissuto o un inconscio collettivo che ha faticato a liberarsi di un’esperienza così liminale, certo è che si innesca il pensiero di numeri associati alla mancanza di identità, una numerazione infinita che dà la dimensione dello spossessamento. 
Il lavoro di Opalka è un estremo processo di accusa alla società comunista che ha determinato la fine del libero arbitrio di persone che si supponeva avrebbero dovuto edificare un nuovo mondo di giustizia sociale. Parla della pianificazione e delle regole di comportamento imposte come di una violenza impossibile da sottovalutare. Il sistema di sterminio nazista ci appare come un’altra, drammatica declinazione di questo desiderio di rendere la vita umana un corpo spolpato, atto solo a far raggiungere un obiettivo imperscrutabile o falso attraverso un piano meticolosamente programmato e attuato. 
"L’esistenza di un essere umano” dice Opalka nei suoi scritti "è punteggiata di eventi più o meno importanti, ma privi di scappatoia, che rendono il nostro destino il principale organo dell’intensità stessa del nostro vissuto. Sono cosciente del dramma degli individui costretti tra il desiderio di guidare la loro storia e l’irriducibilità degli incidenti imprevisti che giungono a perturbarla. È persino probabile che abbia potuto concepire il mio progetto in parte a causa di questa esperienza umana. Gli stretti legami che uniscono le pianificazioni del destino o degli atti che agiscono su questo, ben traspaiono nell’apparenza formale della mia opera. D’altra parte, non è impossibile che siano in gran parte una delle conseguenze dirette della società politica in cui sono vissuto per lunghi anni”. 
Il countdown che si legge riflesso nella progressione senza fine dei numeri di Opalka ricorda il bisogno tutto umano di essere consapevoli della propria caducità. Consapevolezza che può essere sfruttata in contesti sociali che permettono un certo grado di libertà, ma che diventa drammatico inno funebre in quei mondi che hanno vissuto la stretta sorveglianza dei loro governanti. 

Penzo+Fiore

Dal 23 settembre al 18 novembre 2017
OPALKA, 1958 - 1965 /1-∞
GalleriaMichelaRizzo
Giudecca, 800 Q
30133, Venezia
Orari: da Martedì a Sabato 11am - 6pm
info@galleriamichelarizzo.net
www.galleriamichelarizzo.net

 


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