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VIVA LA RE-EVOLUTION MAXXIMA

   
 Arte e architettura in un ritrovato dialogo, che avvicina opere e spettatore: è la “rivoluzione” del Museo d'Arte del 21esimo secolo di Roma, che sfodera i suoi assi Paola Ugolini 
 
VIVA LA RE-EVOLUTION MAXXIMA
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"A Roma tutto è fermo”. Questo è il refrain che ormai da troppo tempo si sente da ogni parte, e in effetti la città sta sprofondando in una melma di incuria e rifiuti, ma qualcosa ultimamente è accaduto: il MAXXI, il Museo Nazionale di Arte del XXI secolo, ha subito una trasformazione piuttosto radicale che lo ha decisamente migliorato. Negli intenti di Zaha Hadid, l’archi-star iraniana che ha firmato il progetto, il Museo doveva essere uno spazio integrato nel tessuto urbano del quartiere e infatti la piazza antistante l’entrata è sempre stata un fulcro di aggregazione e di svago, ma rimaneva comunque una distanza fisica fra il Museo e la gente: muri, vetrate, biglietti da pagare e quella sorta di timore reverenziale che talvolta incutono questi templi del culto dell’arte che rendono l’esperienza di fruizione spesso ostica. Aver aperto un lato del Museo sulla strada è stata la chiave di volta di questa intelligente operazione di riqualificazione architettonica e culturale di un luogo che ha molto da offrire. La sala Gian Ferrari, che adesso si trova al primo piano, è quindi diventata un accogliente bar, book-shop, reading room a cui chiunque può accedere entrando direttamente da via Guido Reni, e il bar che era posizionato entrando a destra nel piano terra, difronte alla Galleria 1, è diventato lo spazio di studio e ricerca dedicato all’approfondimento degli eventi artistici dagli anni ’70 in poi grazie all’archivio degli Incontri Internazionali d’Arte fondati a Roma nel 1970 dalla mitica Graziella Lonardi Bontempo

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Una nuova video-gallery ha preso il posto dell’ex sala espositiva Carlo Scarpa rendendo così il piano terra del nuovo MAXXI un luogo aperto polifunzionale e decisamente aggregante dato che per visitare la collezione permanente - che grazie a questa benefica rivoluzione è in gran parte ospitata in questo livello - non ci sarà più bisogno di acquistare il biglietto. Il MAXXI dunque come la Tate Modern di Londra, dove si paga solamente per vedere le mostre temporanee. Il rapporto fra arte e architettura è sempre più serrato e fecondo, gli spazi fluidi creati da Zaha Hadid incredibilmente perfetti per mettere in risonanza le due discipline, con più di 100 opere fra plastici di progetti architettonici (alcuni davvero sorprendenti ci raccontano di progetti visionari e mai realizzati come il ponte sullo stretto di Messina) dialogano con i lavori fotografici e installativi interrogandosi a vicenda su un tema affascinante come quello della casa e dell’abitare. 
La grande scultura nera di Anish Kapoor non c’è più, lasciando spazio ad un kid’s corner da cui parte un percorso didattico attraverso la collezione studiato per i più piccoli.

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Il riallestimento delle collezioni, a cui hanno lavorato come curatori Bartolomeo Pietromarchi e Margherita Guccione, ha un bellissimo titolo, "The place to Be”, e incomincia da piazza Boetti con tre spettacolari installazioni, Anima di Mircea Cantor che è un imponente scheletro di legno e corda che si ispira alla Basilica Di San Pietro riportandola alla sua essenzialità geometrica, MareoMerz di Elisabetta Benassi, realizzata nel 2013 per la Fondazione Merz è un peschereccio che tiene imprigionata nella sua enorme rete l’ultima automobile appartenuta a Mario Merz e Winter Moon di Ugo Rondinone, uno dei suggestivi e malinconici calchi di ulivi dipinti di bianco esposti un anno fa ai mercati Traianei a Roma; sulla facciata del museo vicino all’entrata l’installazione neon di Maurizio Nannucci More than meets the eye sarà permanente. Questo nuovo percorso fra esterno/interno permette di rendere l’esperienza molto più immersiva e sensorialmente coinvolgente rispetto al passato. Qui le opere indagano il tema dello spazio e dell’habitat, e si comincia con il grande wall drawing di Sol Lewitt #1153 Ripples (per realizzarlo ci sono volute quattro settimane di lavoro e un team di sette persone) e poi un "pavimento” di Carl Andre, un generoso prestito della collezione Pero di Torino, le Otto proposizioni di Vincenzo Agnetti «Che sono lo statement iniziale dello spazio espositivo» come spiega Bartolomeo Pietromarchi, e poi Tomàs Saraceno, in comodato dalla Collezione Barillari di Roma.

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Tutti artisti che hanno interpretato con le loro opere la loro relazione con lo spazio fisico. Spazio verticale con Sol Lewitt e spazio orizzontale con Carl Andre e ancora spazio circolare con l’igloo di Mario Merz e il suggestivo murales di Kara Walker che si snoda lungo la superficie di una parete sensualmente curva innestando quindi l’opera direttamente nell’architettura del Museo. In mostra anche nuove importanti donazioni che arricchiscono le collezioni del Museo come Piccolo Sistema di Gianfranco Baruchello, realizzato dall’artista nel 2013 per il Padiglione Italiano della Biennale di Venezia, che è una sorta di viaggio nell’intimità dell’artista in uno spazio minimale dedicato al sogno, alla ricerca e alla creatività. Toccante la parete dedicata alle fotografie scattate da Letizia Battaglia nell’Ospedale Psichiatrico di Palermo, da non perdere il rarissimo lavoro realizzato nella capitale da Helmut Newton che in settantadue ore ha immortalato una Roma suggestivamente e inusualmente gotica e misteriosa. William Kentridge è presente con una serie di disegni preparatori per il fregio monumentale di Triumphs and Laments. Chiude questa sezione al piano terra un’opera monumentale di Anselm Kiefer. Al primo piano Bruna Esposito realizza il suo meraviglioso mandala di semi, che da solo vale la visita al museo, e che fu realizzato per la prima volta nel 1999/2000 in occasione della prima edizione del premio per la giovane arte italiana. 

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Arte e architettura continuano il loro serrato dialogo anche in questo primo piano dove il confronto è tutto giocato sulla città di Roma con i progetti della Nuvola di Massimiliano Fuksas e la moschea di Paolo Portoghesi, e questo confronto fra cultura occidentale e araba continua con il lavoro di Liliana Moro Città ideale, un’opera nata «Dal desiderio di realizzare un luogo di incontro con la cultura araba», come da lei stessa dichiarato. Interessata ai temi della fragilità e della ricerca dell’equilibrio, con Città ideale l’artista riflette sul rapporto tra spazialità interna ed esterna. Moro crea, infatti una relazione tra la riconoscibile struttura di una moschea, incastrata sotto un arco, con le aperture sulle due pareti, e l’ambiente interno astratto e stratificato in cui fa immergere lo spettatore. 
Il lavoro di Oscar Tuazon (comodato dalla collezione Giuliani) ci racconta visivamente il confine fra arte e architettura mentre lo spazio intimo della casa è ben rappresentato da quel capolavoro che è il letto di Domenico Gnoli del 1968 di proprietà del Museo. 

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All’interno di questa sezione dedicata all’abitare e allo spazio intimo della casa spicca la presenza straniante del lavoro di Francesco Arena 3,24 mq che è la ricostruzione in scala 1:1 della cella in cui Aldo moro fu tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni delle Brigate Rosse. L’intento è quello di costringere lo spettatore all’interno della dimensione quotidiana dell’uomo-prigioniero Moro, facendogli sperimentare fisicamente, corporalmente lo spazio angusto e asfittico del contenitore-cella. Vivere lo "stesso” spazio di Aldo Moro dovrebbe fare scattare nello spettatore un modo nuovo di fruire dell’opera d’arte, non legato soltanto alla percezione estetica dell’oggetto. 
Un nuovo display in cui le opere dialogano e si specchiano una nell’altra, in un gioco di rimandi intellettuale ottici decisamente esaltante. Ecco quel che dovrebbe fare un museo: creare connessioni, e attivare l’immaginazione per far volare la mente grazie a quel potente dispositivo che è l’opera.

Paola Ugolini

in home page: Alighiero Boetti, Orme, 1990, tecnica mista su carta intelata. Comodato collezione privata. Foto M3Studio, Courtesy Fondazione MAXXI
in alto: Mario Merz, Senza titolo (Triplo Igloo), 1984-2002. Foto Musacchio Ianniello, courtesy MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma
 


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