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Un caffè sospeso tra astrattismo e funzionalità

   
  mario francesco simeone 
 
Un caffè sospeso tra astrattismo e funzionalità
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L’ho sempre negato fermamente ma è venuto il momento di prendersi le proprie responsabilità. La manualità non è il mio forte. Certo, ho avuto alcune occasioni di riscatto, come quando riuscii a disintasare le tubature del lavandino della cucina – ricordo ancora l’emozione nel non dover ricorrere all’idraulico – ma, in linea di massima, ammetto che nell’eterna disfida tra l’astrattismo e la funzionalità, tendo verso il primo termine. Queste due parole, segnate su un foglio bianco, isolate da qualunque contesto, sembrano essere destinate a generare campi di forze opposte, come le coppie storiche, tipo apollineo e dionisiaco, eros e tanatos, l’introverso e l’estroverso, Sandra e Raimondo. Eppure, a parte le attitudini personali alle riparazioni domestiche, l’astrattismo e la funzionalità, come categoria delle cose, non sono poi lontani, una zona di congiunzione c’è e si estende dall’oggetto quotidiano all’opera straordinaria.  

Enzo Mari, Bruno Munari, macchina per caffè Diamante, 1956

Proprio qualche giorno fa, ho preparato una conferenza il cui titolo era "Astrattismo e Funzionalità”, un argomento con il quale ci si confronta, letteralmente, in ogni momento della giornata, anche quando si esclama "ma che bel cane!” e tutti capiscono il messaggio, interpretando correttamente il riferimento proprio a quel particolare tipo di mammifero, di cui la parola "cane” è icona, volendo metterne in evidenza la piacevolezza visiva, tattile o caratteriale. Qualunque tipo di linguaggio è teso a estrarre un codice in grado di rendere comunicabile un determinato concetto e, per l’arte visiva, astrazione e funzionalità sono due categorie fondative, due vettori che, con i loro equilibri e squilibri, delineano i paradigmi espressivi di uno stile, di un metodo, di un rapporto con il mondo delle cose e delle idee. Elementi di astrazione e di funzionalità sono presenti nei canoni anatomici della statuaria greca, nella teoria delle misure di Albrecht Dürer, nella corrispondenza tra ricchezza formale ed esattezza teologica della cattedrale di Saint Denis, nella disposizione tipografica delle parole nei manifesti delle Avanguardie, nella progettualità visionaria e comodissima delle sedie, dalla Sedia Rossa e Blu di Gerrit Rietveld, una «scultura astratta-realistica per gli interni delle nostre case future» secondo Theo Van Doesburg, alla Sedia Vassily di Marcel Breuer, «la prima, grande vittoria del disegno industriale» scriveva Giulio Carlo Argan.

Gerrit Rietveld, Sedia rossa e blu, 1917-1923

Continuando a giocare sul bilanciamento tra i due estremi, fu proprio il Bauhaus a trovare, o ritrovare, un perfetto punto di equilibrio, elaborando una metodologia della percorribilità, dell’attraversabilità, immaginando un nuovo spazio simmetrico tra rappresentazione e dimensioni, istituendo l’estetica del gesto quotidiano. Devo aggiungere che la conferenza era ospitata nel luogo più adatto, cioè a Castel Sant’Elmo, un monumento dall’incredibile potenza formale, che rappresenta perfettamente la congruenza tra la funzionalità strategica dell’architettura militare e l’astrazione simbolica del potere come manifestazione di controllo e protezione.

El Lissitzky, Appunti, 1920

Astrattismo e funzionalità sono categorie usatissime nella costruzione scenografica, Stanley Kubrick docet. Portate al massimo grado espressivo, descrivono contesti diametralmente opposti, all’inizio e alla fine di 2001 Odissea nello Spazio. Nelle sequenze in cui l’astronauta Bowman percorre i corridoi della Discovery One, tutto lo spazio, pur esteticamente impeccabile, è articolato su una scala di misura compilabile. È la prima parte del film, in cui deve emergere la narrazione dell’ordine funzionale dell’uomo di scienza che razionalizza la conoscenza del mondo. Invece, nella seconda parte, la celebre progressione di colori dello Star Gate, con le scie di colori che si sovrappongono in un paesaggio fluido che ricorda le montagne di Ernst Kirchner, apre un paesaggio in cui Bowman compie il suo viaggio al centro dell’universo o al centro di se stesso, allontanandosi o forse avvicinandosi quanto più possibile al nucleo sconosciuto dell’universo e della vita.

2001: Odissea nello spazio e le Montagne di Kirchner

Ma non sono necessarie esperienze liminali, proprio stamattina ho avuto l’ennesima prova dell’intima connessione tra astrazione e funzionalità.  Da quando Flaviano mi ha consigliato di usarla, non posso più farne a meno. È la macchinetta tradizionale del caffè, detta anche "napoletana” nel resto del mondo tranne che a Napoli, dove è affettuosamente chiamata "cuccumella”. In realtà fu inventata da un geniale francese, tal Morize, nei primi anni del XIX Secolo, stanco di dover sorbire le bevande in infusione insieme ai residui di polvere. A vederla, sembra che ci sia qualquadra che non cosa, due impugnature che puntano l’una contro l’altra, un beccuccio strettissimo e orientato a dispetto di qualunque legge per il momento conosciuta della fisica. Al primo impatto, non il massimo della funzionalità, eppure, basta cambiare il punto di vista, ribaltarlo, e tutto acquista un senso. Quando l’acqua inizia a bollire nel contenitore inferiore, la macchinetta si può levare dalla fiamma ma il caffè non è ancora pronto. A fuoco spento, la cuccumella si deve capovolgere con un movimento rapido, tenendola ben salda per entrambi i manici. L’acqua, quando entra in contatto con la polvere per renderne solubili le sostanze, non ha raggiunto una temperatura troppo elevata, anzi, tende ad abbassarsi gradualmente, evitando di estrarre alcune componenti aromatiche indesiderabili.

Lo sketch del balcone di Edorardo De Filippo

Si aspettano cinque, anche dieci minuti se necessario, poi la parte inferiore, che adesso è sopra, si può svitare e il caffè, caduto goccia a goccia nell’altro contenitore, si può comodamente versare dal beccuccio, finalmente rivolto verso la giusta direzione. La forma apparentemente casuale non lascia, però, niente al caso, come ci ha spiegato Edoardo De Filippo che, nel memorabile sketch del balcone contenuto in "Questi fantasmi”, descrive tutto il procedimento, compendiando la poeticità del tempo dell’attesa con la gestualità meticolosa della preparazione. Così, anche nella macchinetta napoletana, in un oggetto d’uso quotidiano, l’astrazione e la funzionalità sono due categorie che puntano verso un unico risultato, un buon caffè. 



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