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Natale non è ancora finito. Parola di Sant’Antonio e dei ragazzini dei Quartieri.

   
  mario francesco simeone 
 
Natale non è ancora finito. Parola di Sant’Antonio e dei ragazzini dei Quartieri.
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Spero non abbiate riposto negli scatoloni gli addobbi e che tutti i pastori siano rimasti ben saldi ai loro posti. Perché Natale non è ancora finito e a dare il colpo di coda, sarà Sant’Antonio. La chiusura ufficiale delle festività natalizie spetta al santo che, un po’ Prometeo un po’ Arsène Lupin, rubò il fuoco al demonio per scaldare i poveri. Il 17 gennaio, giorno in cui si celebra il Santo, nei quartieri di molte città risplendevano altissimi falò ma, ormai da qualche tempo, la tradizione si è persa.

Paul Cézanne, Le Tentazioni di Sant'Antonio, 1870

A Napoli, a portare avanti la memoria, sono i ragazzini dei Quartieri Spagnoli che, come ogni anno, perlustrano il centro della città alla ricerca di alberi di Natale, il combustibile più adatto, anche per la relativa facilità nel reperimento. Ma, questa volta, non saranno i soli, perché sul lungomare, in prossimità del Nalbero (ne parlo qui), si accenderà un altro falò che sembra promettere scintille. Come si legge in una nota diffusa alla stampa, tra «giocolieri di bolas, mangiafuoco, band di musiche popolari», un acrobata, lanciandosi con una torcia da un cavo teso a quota 31 metri del Nalbero, accenderà la pira posizionata sulla spiaggia, formata da materiale infiammabile di origine vegetale e alberelli di natale secchi donati dai cittadini. Manca solo qualche animale esotico, meglio se di stazza più larga possibile, ma non sono da escludere soprese dell’ultimo minuto. La tradizione si riprende con più sobrietà nei Comuni più piccoli e lungo tutta la penisola, da Magenta, in Lombardia, alla Barbagia, in Sardegna, dove compaiono anche le maschere dei Mamuthones e dagli Issohadores. A Campagna, in provincia di Salerno, la cerimonia del fuoco è particolarmente sentita e i "fucanoli” illuminano tutte le strade, montati anche su portali e facciate di edifici. In questi ambiti, il rito continua a svolgere una significativa funzione relazionale e cronologica, il fuoco, primordiale occasione di incontro e di scambio, cancellerà le tracce di ciò che è passato, liberando il tempo trascorso verso un nuovo inizio. L’iconografia del fondatore del monachesimo, nato in Egitto nel 251 e morto a 105 anni coltivando un orticello nel deserto della Tebaide, è intimamente legata a tale elemento naturale e per precisi motivi storici, perché nei monasteri dell'Ordine dei Canonici Ospedalieri Antoniani trovavano riparo i malati di ergotismo, conosciuto nel Medioevo con il nome di fuoco sacro o male degli ardenti.

Un pezzo di Cyop&Kaf nei Quartieri Spagnoli

Così, i ragazzini dei quartieri lavorano duramente per preparare il cippo, per fare in modo che nel giorno del suo onomastico tutto sia pronto. I giovanissimi si dividono in gruppi, ispezionando cortili e palazzi, contrattando con negozianti e bussando ai citofoni, trascinando tronchi anche enormi, quasi mai con il consenso del proprietario, per le strade affollate di turisti esterrefatti. Sul Corriere del Mezzogiorno, sul Mattino, sulla Repubblica, sono «teppisti», «nemici della città», «vandali», nei titoli non si risparmiano mezzi termini, epigoni della violenza urbana macchiano il volto della città della villeggiatura, addobbata per le feste. Rituale di passaggio e di condivisione, percorso di conoscenza del sé e di riconoscimento nel gruppo, metodo di mappatura dello spazio, le definizioni potrebbero essere amplissime e coinvolgere ambiti diversi, rischiando di rimanere solo sulla superficie di un fenomeno radicato nel luogo, permeabile e al tempo stesso sfuggente a ogni tipo di ingerenza e interpretazione. Per dare voce a questa storia che ha dell’incredibile, Cyop&Kaf realizzarono, nel 2013, "Il Segreto”, documentario che, negli ultimi anni, ha fatto incetta di premi e menzioni, dal Pravo Ljudski Film Festival di Sarajevo allo Sciacca Film Festival e tra i finalisti del David di Donatello.

Una sequenza dal film Il Segreto

Ammucchiati in uno slargo ricavato dalle macerie di un palazzo demolito, un luogo misterioso in cui custodire un segreto prezioso, gli alberi ormai secchi bruciano velocemente, non tutte le persone affacciate ai balconi danno cenno di gradire ma tutto appare come un’evidenza ciclica, una mitologia che ritorna e oltrepassa il senso della storia, per narrare un’altra definizione del mondo. Nel documentario, vediamo i ragazzini respirare le spirali di cenere che consumano l’aria, le mani finalmente riscaldate, gli occhi arrossati per le lingue di fuoco che si dilatano e restringono seguendo ritmi imprevedibili, solleticando gli edifici troppo vicini. 



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