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C’è chi vuole l’albero e chi vuole il Nalbero

   
  mario francesco simeone 
 
C’è chi vuole l’albero e chi vuole il Nalbero
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«Ma come, è già passata l’Immacolata e non hai ancora fatto l’albero?», Marco mi redarguisce con severità, mentre tenta la giusta disposizione delle luci intermittenti blu e rosse, il cavo ben teso tra i rami di plastica verde e gli innumerevoli addobbi pendenti. La sua espressione soddisfatta per aver trovato il miglior ritmo coloristico svanisce subito, come neve natalizia sulle spiagge delle Barbados, di fronte alla mia sconsolante risposta e, per rimediare alla situazione, la butto sul presepe, che preferisco all’albero per una serie di questioni affettive, tradizionali, estetiche, storicopolitiche, socioeconomiche. In realtà, non farò nemmeno il presepe, eppure ogni anno mi riprometto di mettermi al lavoro, già fissando in calendario i giorni in cui andrò a San Gregorio Armeno a far spesa. Cioè a settembre, quando ancora ci si può addentrare tra le vie del centro storico di Napoli, in prossimità della famosa strada dei presepi, senza il pericolo di venir inglobati, digeriti e risputati chissà dove, da qualche gruppo ben organizzato di turisti, zaini capienti e ben assicurati sulle spalle, gomiti alti stile stopper anni ‘70, caviglie poderose tra i sanpietrini irregolari della via obliqua che unisce via dei Tribunali e Spaccanapoli. Poi settembre passa, insieme a ottobre e a tutti gli altri pochi mesi che rimangono dell’anno e mi riduco a mettere su una piccola capanna che, credo, preparai come lavoretto alle scuole elementari. L’anno prossimo comprerò una fontana, quella con il motorino per far scorrere veramente l’acqua, e un forno con la luce.

Elliot Arkin, Maurizio Cattelan come Caganer, statuina del folklore catalano

Intanto, per fortuna, all’atmosfera natalizia ci pensa qualcun altro e basta uscire appena fuori casa per entrare nel clima gioioso delle feste. In ogni quartiere di Napoli si allestiscono mercatini a tema, tra handmade e artigianato, cineserie e vintage, Andy Warhol sarebbe impazzito. Ogni appartamento ha le sue luci, allestite sui balconi con simmetria e rigore tali che nemmeno Dan Flavin. E poi, sul lungomare Caracciolo, davanti allo slargo della Rotonda Diaz, di fronte alla Villa Comunale, Nalbero. Quaranta metri di altezza per un peso di quattrocento tonnellate e una capienza di 750 persone. Perché Nalbero è una struttura percorribile, illuminata da 1.300.000 lampade a led, un grande albero di ferro ornato da 2.000 alberi di legno che, promettono, saranno successivamente reimpiantati in città. Tutti vogliamo essere più buoni in questo periodo ma le critiche stanno fioccando da più parti, insieme agli elogi. Non se ne gradisce l’estetica, lo si reputa troppo ingombrante, sfarzoso nelle luci e misero nell’ostentazione dei pali di ferro. Oppure, al contrario, si fa leva sul nuovo punto di vista sul panorama, che si può godere dalle tre terrazze e dal ristorante con 168 posti a sedere, sull’occasione per i commercianti, tra i quali, Renault, Mondadori, Vodafone, la famosa pasticceria Scaturchio e la storica catena di supermercati Flor do cafè, che vi hanno allestito i loro punti vendita. I dati sull’affluenza sembrano premiare questo orientamento, con 10.000 ingressi giornalieri dall’apertura ufficiale. Ma sulle cronache locali le voci non sono tenere e tendono ad allargare il discorso, da Marta Herling, che sulle pagine di Repubblica scrive di «vuoto caos che snatura il lungomare di Napoli, a Nicola Quatrano, che sul Corriere accusa il sindaco De Magistris di aver affidato spazi pubblici a privati solo «per collocarvi gazebo, NAlbero o altre amenità».

Veduta del Nalbero

Infatti, i cantieri, durati pochissimo, e questa è una notizia di primissimo piano, sono stati avviati dalla Italstage di Pasquale Aumenta, azienda napoletana leader nella costruzione di strutture temporanee, con il supporto di altre società private. Bisogna aggiungere che la Italstage si occupò, nei primi anni 2000, dell’allestimento, a Piazza Plebiscito, delle opere di Anish Kapoor, Richard Serra e Rebecca Horn. Già dal alcuni anni, la piazza, finalmente liberata dal transito veicolare, era stata trasformata in sede di installazioni di arte contemporanea, precisamente dalle vacanze di natale ‘95, dalla Montagna di sale di Mimmo Paladino, quando l’allora sindaco di Napoli Antonio Bassolino, ed Eduardo Cicelyn, il plenipotenziario dell’arte contemporanea nel golfo e primo direttore del MADRE, tentarono la scommessa dell’arte pubblica. Un impegno portato avanti con indubbia costanza e caparbietà, pur con esiti alterni, puntando prima sulla squadra di poveristi e concettuali, come Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Mario Merz, Giulio Paolini, proseguendo poi sui grandi nomi internazionali di cui sopra. Lo stesso Cicelyn, dalle colonne del Napolista, interpretando perfettamente l’orientamento del quotidiano di «informazione e analisi politico calcistica», interviene sulla vicenda a gamba tesa: «la verità brutta è che Nalbero sfrutta e falsifica il contesto. Napoli, il suo golfo, il Castel dell’Ovo, Posillipo, il Vesuvio: insomma, tutto l’armamentario retorico partenopeo è ripresentato alla Rotonda Diaz come il luogo dello spettacolo di una politica in stato confusionale». Eppure, «nessuno ha mai pensato di voler costruire un’opera d’arte. Nalbero vuole essere una struttura ricettiva e turistica che possa portare in città migliaia di persone», aveva dichiarato Aumenta al Mattino, prefigurando bene i punti deboli della sua creazione, visti anche i suoi trascorsi a stretto contatto con l'arte contemporanea in generale e con Cicelyn, in particoalre. Comunque, per Aumenta, non solo il passato ma anche futuro è nel segno dell’arte, visto che, seguendo la sua strategia di difesa, ha reso noto di essere stato recentemente chiamato da Kapoor per una sua prossima installazione.

Anish Kapoor, Taratantara, Napoli 2000

E intanto, mentre cerco tutto ciò che, sulla vicenda, è stato scritto sui muri e sulle pagine del web, leggo anche una breve news appena pubblicata su Repubblica: «tra i tetti dei Quartieri Spagnoli svetta l’albero di Paladino: una guglia, un obelisco, una bandiera per la città con il blu del mare e del futuro e i suoni dei vicoli, delle piazze, della Gente, del Natale», scrive Cristina Zagaria. L’opera è allestita e visitabile nel cortile dell’ex Convento di Montecalvario, una struttura recuperata da Rachele Furfaro e Renato Quaglia, rispettivamente Presidente e Direttore di Foqus, Fondazione Quartieri Spagnoli.

A quanto pare, tutti hanno un albero. Tranne me. Ma l’anno prossimo…



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