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I ragazzini che giocano a Gomorra sono più veri di Gomorra

   
  mario francesco simeone 
 
I ragazzini che giocano a Gomorra sono più veri di Gomorra
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Tra la pizza del Vomero e quella di Via dei Tribunali, la differenza salta agli occhi. Nelle storiche pizzerie del centro, la pizza è una sfoglia sottilissima, si allarga al di là del piatto e il cornicione ricade sul tavolo. I camerieri hanno una patente specifica per vorticare tra i tavoli affollatissimi senza farsela sfuggire. In collina, si fa più alta e più piccola, il cornicione è rialzato e contiene a malapena un pericolante carico di condimento bollente. In comune hanno un certo grado di sfida per l’assaggiatore che vuole usare il metodo tradizionale delle mani e, in fondo, anche il sapore prelibato, ma la disposizione visiva inganna, facendole sembrare pietanze appartenenti a culture culinarie lontane.

Siamo in una delle pizzerie del Vomero, per una cena post mostra. Calixto Ramirez, nato nel 1980, a Reynosa, Messico, da due anni a Roma, ha appena inaugurato Cuatropasos | napoli a Castel Sant’Elmo, presentando una serie di opere ispirate a una passeggiata per Napoli. Nel locale, l’atmosfera è gradevole, le ampie porte sono spalancate e un’aria fresca si sovrappone agli effluvi del forno a legna e della cucina. La televisione è sintonizzata su Juventus-Milan valevole per la finale di Coppa Italia ma il campionato è ormai finito e gli ultimi scampoli di calcio non interessano molto il pubblico in sala, più attento al proprio piatto che al pallone.  La tavolata è lunga e piacevole, ci sono galleristi di Trieste e Milano, amici di Roma e alcuni collaboratori del Castello. Gli argomenti di discussione sono vari, tra fritture e paccheri allo scoglio si inizia a parlare di lavoro ma si finisce con il tempo libero e gli hobbies, fino ad arrivare all’argomento serie tv e, per una metonimia dettata anche dalla specificità del luogo, a Gomorra. I pareri sono abbastanza unanimi, è un prodotto esteticamente curato, con tutti i crismi delle grandi serie tv d’oltreoceano, facilmente esportabile, calato nel momento storico, un manifesto dell’attuale situazione partenopea. Qualcuno dice che le critiche a Saviano, al suo lavoro e ai suoi derivati, sono odiose e controproducenti, perché l’unico modo per vincere sul male è conoscerlo. Nel grande piatto al centro del tavolo, troneggia una montagna di alici indorate e fritte, ne infilzo una con la forchetta, pensando che questo gesto non fa di me il pronipote del capitano Achab o un comandante di vascello.

Calixto Ramirez, Cuatropasos | napoli, veduta della mostra, 2016

In questi giorni, un video prima pubblicato su Youtube e poi ripreso da tutti gli organi di informazione più o meno accreditati, dal "Corriere della Sera” a "Dagospia”, sta scatenando una ridda di commenti. Nella descrizione si legge che ci troviamo in un vicolo alle spalle di piazza Dante, da un balcone una persona filma alcuni ragazzini. Due parlano tra loro e camminano lentamente, seguiti a pochi passi da un altro che riprende la scena con lo smartphone. Arrivano davanti a un portone chiuso e si fermano per alcuni secondi ad aspettare. Due coetanei si avvicinano, si scambiano qualcosa e poi si allontanano velocemente, nello stesso momento in cui arrivano altri due, passo spedito e sicuro, brandendo pistole che tenevano nascoste dietro la schiena. Con le braccia tese, la pistola giocattolo sembra una protesi ancora più spettacolare, i piombini rimbalzano sui muri, uno dei due esecutori camuffa la voce preadolescenziale con accenni gutturali grottescamente minacciosi. Poi i due scappano verso una piccola bicicletta, ferma sul cavalletto, dalla parte opposta del vicolo. Fanno per inforcarla ma poi si fermano e tornano sui propri passi. Il ciak è chiuso, tutti si scambiano pareri molto coloriti sulla corretta riuscita dell’azione. Uno dei ragazzi con la pistola, probabilmente l’attore principale e il regista, fa sentire le sue ragioni. A questo punto il video si interrompe e sia sui commenti dei Social Network che nei titoli dei giornali, la scena viene immediatamente riferita a Gomorra, la cui attesissima seconda stagione è appena iniziata. C’è chi rimane impressionato dalla scenografica crudezza del gioco infantile, chi scrive che l’emulazione è il vizio del millennio. In linea di massima, si ritorna sugli schieramenti di sempre, sulle sponde opposte di chi glorifica Gomorra per aver aperto una luce su un argomento oscuro e di chi vi vede una lunga sequenza di banalità. La cosa che più mi colpisce è il ragazzino che, ponendosi in una situazione di confine tra gioco-realtà, ha ripreso tutto con il suo cellulare.

Fotogramma dal video

Faccio un po’ di ricerche sull’argomento e leggo un articolo di Aldo Grasso, pubblicato sul Corriere qualche giorno prima della diffusione di questo video, in cui si scrive che «La seduzione di Gomorra, inutile fingere, sta tutta nella sua capacità di rappresentare il Male. Che non va solo mostrato, ma interpretato: con la scrittura, con l’asciuttezza dei dialoghi, con la forza narrativa, con il dovere di restituire la complessità del reale». La lettera maiuscola sul male è tutta sua, capisco la vena filosofica tributata a questo termine e, infatti, la discussione, amplificata dal video dei ragazzini napoletani, ritorna immancabilmente alla vexata questio su cosa viene prima, tra la realtà e la rappresentazione. Una domanda sulla quale ci si interroga da sempre e la cui risposta non può essere ricercata in Gomorra che, al più, è solo la conseguenza, e non la causa, di una metodologia di approccio alla realtà e alla sua immancabile percentuale di finzione.

Fotogramma dal video

Forse il malinteso è sorto quando si è fatta ricadere un’ipotesi di conoscenza in una serie tv che, come tutte le produzioni di spettacolo, ha le sue precise necessità di tempi e di azioni, regole scritte e imposte che non possono restituire la complessità di quello che chiamiamo reale. Un posto al sole conta più di 4500 episodi, è la più longeva soap opera italiana ed è ambientata a Napoli, anche se in luoghi molto diversi, eppure nessuno l’ha caricata di pretese gnoseologiche. Allo stesso modo, non posso affermare di conoscere la situazione della sanità pubblica italiana dopo aver visto tutte le stagioni di Un medico in famiglia. Sarebbe scorretto giudicare Gomorra attenendosi ai parametri di un saggio di Baudrillard o di un’inchiesta giornalistica ma riprendendo quelli di Breaking Bad, per riferirsi a un prodotto vagamente somigliante, si può dire che la serie italiana è ben fatta, segue fedelmente alcune direttive tipiche del genere del racconto criminale, usando uno stile curato fin nei particolari, aggiornato e omologato a un contesto globalizzato, prendendo qualcosa dal Pulp ma inserendovi accenti di reale che stonerebbero nel ritmo del Pulp, Fiction per eccellenza. Gomorra vuole rappresentare la realtà intricatissima della malavita organizzata napoletana, come più volte espressamente rimarcato dal regista Stefano Sollima, ed è in questo rifiuto della finzione la sua peculiarità, nell’aver bloccato la macchina da presa sulla conoscenza del vero, immaginando un prodotto ispirato ai canoni di un realismo rigoroso, in un’epoca orientata dalla sfumatura e dalla permeabilità. In Gomorra, il male è una patina seducente e compatta ma questa superficie esteticamente perfetta, che attrae proprio per la sua sfida tesa al reale, per la sua provocazione ed evocazione del quotidiano, appare anche cristallizzata, una scenografia entro la quale si ritrovano tutti i personaggi e i caratteri tipici di una rappresentazione tradizionale. Se al posto di Ciro l’Immortale e Don Pietro Savastano ci fossero stati Pulcinella e Maradona, se al posto delle pistole e della droga ci fossero stati pizza e mandolino, Gomorra sarebbe uguale a com’è, magari con un nome più rassicurante. I ragazzini che giocano a Gomorra saranno sempre un po’ più veri di Gomorra



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