Nell’Ex Carcere Filangieri le piante selvatiche hanno radici resistenti 3048 utenti online in questo momento
exibart.com
 
community
Exibart.segnala
Blog
recensioni
rubriche
         
 

Nell’Ex Carcere Filangieri le piante selvatiche hanno radici resistenti

   
  mario francesco simeone 
 
Nell’Ex Carcere Filangieri le piante selvatiche hanno radici resistenti
pubblicato

Nell’angusta stanza quadrata c’è una sola finestra, la luce la attraversa per traiettorie oblique, sezionando lo spazio in categorie d’oscurità. Marco e io ci muoviamo con cautela, facendo attenzione a non calpestare calcinacci e resti di vario genere che, sparsi sul pavimento come ideogrammi, comunicano nel linguaggio sconosciuto degli oggetti che si spostano. La veloce grafia da professione medica si distende sulle campiture porose che la polvere e l’umidità hanno lasciato sui fogli protocollati e sulle cartelle timbrate. Le parole sono calibrate in formule professionali e burocratiche, frasi cariche di studi ed etimologie che autorizzano permessi di visita e certificano condizioni di salute. Sul retro delle fotografie di madri e padri e di donne in pose lascive, tra le pieghe di bigliettini stropicciati e passati per varie mani, la grammatica è sospesa nell’espressione soggettiva, saluti ai genitori, promesse di fedeltà, poesie sconce, sfottò tra ragazzi non ancora maggiorenni che condividevano lo stesso edificio e una pena simile. Le sintassi del potere e dell’individuo si alternano, diagnosi e oscenità, controllo e dispersione istituiscono i propri movimenti grafici contrapposti, sui ripiani dell’alto archivio di ferro che Federica Romano ha allestito in una delle centinaia di celle dell’ex Istituto di Rieducazione Filangieri, per il progetto Le Malerbe, «una ricerca etnografica dello spazio dell’abbandono».

Veduta dall'ex Istituto di rieducazione Filangieri. Foto di Marco Donisi
Per anni, le porte dell’ex Istituto di Rieducazione Filangieri sono state chiuse ma, dal 2015, la rete di collettivi Scacco Matto sta lavorando duramente per recuperare l’edificio che si sviluppa su un’area molto vasta, un’immensa isola fluttuante nei vicoli del quartiere Montesanto. L’ex centro di rieducazione fu istituito nel complesso abbaziale di San Francesco delle Cappuccinelle, eretto nel XVI Secolo per volere di una nobildonna vedova e gestito da suore dell’ordine francescano, in favore delle ragazze madri. A metà Settecento, il grande complesso fu completamente rifatto e aggiornato ai modi del tardo barocco, con stucchi e marmi, trompe l’oeil e festoni con temi floreali che, oggi, sono ricoperti da una fitta epidermide verdeggiante, risultato di copiose infiltrazioni d’acqua. Nel 1809 Gioacchino Murat ordinò la soppressione del monastero e la sua conversione in riformatorio minorile, che prese il nome dal giuslavorista Gaetano Filangieri, orientandone la funzione circondariale, rimasta sostanzialmente immutata fino ai giorni nostri, in particolare nella memoria collettiva. Il progressivo ridimensionamento si è protratto fino al 2000, quando l’intero complesso, di proprietà demaniale, fu acquistato dall’Università Parthenope. I lavori di ammodernamento non partirono mai e la struttura, rientrata nella proprietà del Comune, fu abbandonata a se stessa, fino all’anno scorso. Oggi si chiama Scugnizzo Liberato e ogni settimana si svolgono attività eterogenee, da corsi di lingua araba e ceramica, a sportelli di assistenza per i migranti e laboratori teatrali e performativi. Fino alle mattinate di lavori e pulizie, aperte a chiunque voglia dare una mano, perché gli spazi dello Scugnizzo sono enormi e renderli liberamente fruibili è l’obiettivo dichiarato.

Il cortile dell'ex Istituto di rieducazione Filangieri, con il murales di Ryan Spring Dooley. Foto di Marco Donisi

Usciamo dalla stanza dell’archivio e ci incamminiamo per il corridoio che affaccia sull’ampio cortile interno, completamente circondato da finestre che si sovrappongono, moltiplicando l’identica partizione dello spazio tra infiniti punti di osservazione. Intrecci di rampicanti affollano il condotto esterno dell’ascensore, le piante selvatiche, rigogliosamente innestate sui materiali da costruzione, ricoprono le facciate, costituendo una scenografia ibrida di legno e cemento, clorofilla e calce. Questo paesaggio si ripete ogni giorno uguale a se stesso, fatta eccezione per una infinitesima percentuale di cambiamento che sta continuando a creare un nuovo habitat. Potremmo essere gli ultimi o primi al mondo a vedere questa celebrazione in cui i concetti di relatività del tempo si sovrappongono, le stagioni metereologiche e astronomiche che condizionano il ciclo della fioritura, echi di passi sempre più fiochi, simili a vapori, in quel che rimane dei corridoi e delle scale, foglie ingiallite e bottiglie di plastica ugualmente percorse dagli insetti e dalla polvere, usate come rifugio dalle spore. Periodi di silenzio o di frequenze non udibili scivolano sulle crepe dell’intonaco e sulle nervature delle foglie, unendo l’architettura umana e vegetale in un microcosmo di relazione. Tale punto di coincidenza tra le identità resistenti delle piante selvatiche e dei reclusi è il nucleo intorno al quale Federica Romano ha impostato la riflessione de Le Malerbe: «Le erbacce sono considerate malerbe, perché infestanti e vanno eliminate; i detenuti sono associati allo stesso appellativo, perché ritenuti socialmente pericolosi e rinchiusi in luoghi destinati all’isolamento dalla società». L’installazione è diffusa tra gli ambienti, foglie, rami, radici, documenti privati, certificati, fotografie, sono sovrapposti e disseminati lungo un cammino di immersione nella storia. Oltrepassiamo una distesa di fronde accatastata sul pavimento ed entriamo in una cappella barocca.

Federica Romano, Le Malerbe, veduta dell'installazione. Foto di Davide Cassese

Qui, gli ornamenti ricchi e screpolati generano un intenso ritmo di chiaroscuri, un dilatato sottofondo visivo al movimento di due piante selvatiche fatte d’ombra, scarni vortici oscuri tendenti verso l’unica fonte di luce. Migliaia di storie si animano, dottori in camice bianco scrivono le loro diagnosi, ragazzi parlano in dialetto dell’ultima partita, addetti alla manutenzione innaffiano vasi di gerani, come se infiniti altri mondi continuassero tenacemente a esistere, pochi centimetri al di qua del nostro, per qualche istante nella nostra immaginazione. 

In copertina: Federica Romano, Le Malerbe, particolare dell'installazione. Foto di Marco Donisi 


strumenti
inserisci un commento alla notizia
versione in pdf
versione solo testo
le altre recensioni di mario francesco simeone
registrati ad Exibart
invia la notizia ad un amico
 

trovamostre
@exibart on instagram