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Kenzo Tange e la planimetria del vuoto, tra i grattacieli del Centro Direzionale

   
  mario francesco simeone 
 
Kenzo Tange e la planimetria del vuoto, tra i grattacieli del Centro Direzionale
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Il lungo rettilineo di Corso Meridionale si allunga fino a incrociare via Gianturco, l’asse principale che comunemente identifica tutta la zona industriale orientale. Io mi fermo molto prima, in corrispondenza della spaccatura percettiva che i grattacieli di vetro del Centro Direzionale scavano nella fitta sequenza dei palazzi in muratura.

Il Centro Direzionale si estende su un’ampia area a ridosso del quartiere Poggioreale. Il terreno fu acquistato dalla Mededil, società immobiliare poi entrata nel gruppo IRI-Italstat, ed era precedentemente occupato da capannoni e fabbriche ormai dismessi che, in parte, sopravvivono come relitti del tempo, svuotati da qualunque funzione e destinati a sgretolarsi lentamente. Le discussioni sulle possibili modalità di riqualificazione della zona risalgono agli anni ’60, un periodo in cui la città stava attraversando una profonda crisi industriale che, nonostante l’impatto notevole di stabilimenti come quelli della Cirio, delle Manifatture Cotoniere Meridionali, della Società Meridionale Elettricità, procedeva di pari passo con il ridimensionamento dell’Italsider di Bagnoli. L’idea di costruire un moderno centro di localizzazione dei servizi era preponderante e la prima proposta pervenuta era a firma di Luigi Piccinato, al quale il Comune affidò la direzione della commissione per il nuovo piano regolatore di tutta la zona. Il piano di Piccinato si trovò privo di riconoscimento normativo ma le direttive furono riprese quasi integralmente dal nuovo piano presentato nel 1974 dall’assessore Servidio, che metteva in discussione la portata dello sviluppo economico legato al settore secondario, palesando l’urgenza, non più rimandabile, di trasformare Napoli in una metropoli di servizi. Il piano prevedeva l’ampliamento della rete stradale della tangenziale, la delocalizzazione delle fasce popolari verso i quartieri Secondigliano e Ponticelli, la progressiva terziarizzazione delle attività, attraverso una prima ipotesi di conversione in senso turistico della zona occupata dagli stabilimenti dell’Italsider e, soprattutto, con l’edificazione di un grande polo in cui concentrare uffici e sedi di importanti multinazionali, un’architettura splendente per imporre una rinnovata immagine della città.

Veduta del Centro Direzionale dal lato orientale
Nei cantieri del Centro Direzionale confluirono le più importanti società di Roma e Napoli, tra le quali la Bastogi, la Società per il Risanamento, il Banco di Napoli, una compagine azionaria di grandi gruppi economici che, in sostanza, si riunirono sotto la Mededil. Il vetro e l’acciaio sorreggono i metri dei grattacieli e si intrecciano a società e aziende private e statali, a nomi che ritornano tra vicende distanti, in un groviglio che si perde in un’oscurità densa quanto quella del Petrolio di Pasolini.

Salgo le rigide scalinate di uno dei tanti accessi che portano alla piattaforma sopraelevata, sulla quale il progetto di Kenzo Tange, approvato nel 1982 e avviato nel 1985, si impone in una maestosità decadente. Le due torri gemelle dell’Enel aprono l’accesso orientale, delineando l’ampio asse viario pedonale, un lunghissimo rettangolo nel quale il vento si destreggia, colpendo le membra di cemento e i tronchi degli alberi con una forza amplificata. Nell’edonismo di questa soluzione, la convinzione di una visione post-industriale, utopisticamente verticale, fa sentire le proprie ragioni. Il futuro, in quegli anni, sembrava brillare verso un fine ultimo e grandioso, in ogni spazio si nascondeva un percorso da intraprendere, una sfida da affrontare e vincere. Dalla parte opposta, un chilometro in linea d’aria, si vedono le facciate curvilinee delle tre torri nere del complesso del Nuovo Palazzo di Giustizia. Di fianco, a pochi metri, si innalza la "scala” della Chiesa di San Carlo Borromeo, in un contrappeso di forze spirituali e temporali. Il cemento armato del basso palazzotto dell’Olivetti, disegnato da Renzo Piano, e le massicce facciate in pietra bicromatica delle Torri del Banco di Napoli, progettate da Nicola Pagliara e vendute nel 1995 in seguito alla crisi dell’istituto bancario, sfidano i 129 metri della Torre Telecom Italia, tagliata a metà da un profondo segmento nero, una balconata panoramica.

Le Torri del Palazzo di Giustizia
Nel largo viale, voci e rumori si consumano in un identico fruscio. Alcuni vani ai piani terra sono sprangati con catene massicce e arrugginite, gli annunci delle agenzie immobiliari sulle vetrine opache compaiono come superflue apparizioni di colore. Le scale mobili, che collegano i parcheggi sotterranei ai livelli superiori, sono arrugginite per la perenne avaria. Affianco ai citofoni, si affollano le targhe dorate di società e studi, lasciando presagire lunghi corridoi di aria condizionata e borse diplomatiche. Il processo di stratificazione continua, che segna l’architettura napoletana con il codice del non finito, qui trova un momento di sospensione. Gli edifici sono immobili in uno spazio e in un tempo ben definiti e resistono alla riscrittura con una tenacia che sfocia in un’estetica estranea, aliena. Tra le cose si insinua la massa del vuoto, che esercita la sua pressione sulle finestre schermate, ermeticamente chiuse e tutte uguali. L’orientamento si confonde facilmente, la divisione dei lotti in isole identificate da accostamenti di lettere e numeri, come in uno schema da battaglia navale, non aiuta a muoversi e, per trovare la mia destinazione ho impiegato più tempo che nel percorrere l’intero tragitto dall’Ex Lanificio. Mentre i piani scorrono lentamente, dall’ascensore esterno vedo il traffico che si incanala verso i tortuosi corridoi, nascosti al di sotto della piattaforma scintillante. Le automobili vi sprofondano, per emergere in altri luoghi distanti.



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