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Archistar di tutti i tempi mangiano kebab e sfogliatelle, lungo la strada dalla Duchesca a Piazza Garibaldi.

   
  mario francesco simeone 
 
Archistar di tutti i tempi mangiano kebab e sfogliatelle, lungo la strada dalla Duchesca a Piazza Garibaldi.
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Appena uscito dall’Ex Lanificio (link alla tappa precedente) vengo sommerso dal traffico nevrotico di via Carbonara. Gli odori provenienti da ristoranti e tavole calde sono talmente pungenti da diventare forme che si insinuano tra le lamiere delle automobili. In questa zona vanno molto la zuppa di cozze e il brodo di polpo, pietanze che, dopo secoli di carretti improvvisati per un consumo precario e rapido, hanno trovato una dimensione sedentaria. I massicci torrioni di Porta Capuana proiettano la loro ombra su piazza De Nicola, unendo, con un segmento obliquo e scuro, gruppi di uomini e distese di mercanzia improvvisata. Questi trafficanti dai volti appuntiti sorridono, si lamentano della povertà e aspettano seduti che arrivi qualcuno interessato a comprare il ciarpame, raccattato da case abbandonate e ottimisticamente riallestito in strada. Saltimbanchi senza la nobiltà di Beckett, la loro scenografia è minimale e pronta a scomparire alla prima vista di un lampeggiante.

Attraverso via Poerio, allungando di proposito il tragitto verso il Centro Direzionale. Sono in anticipo rispetto all’appuntamento, ho un buon passo e la strada è piena di cose da vedere. Qui tutto si trova in un ordine fuori posto. La scienza rassicurante di una farmacia e la tecnologia scintillante di un megastore sono intercapedini solidificate nella miriade di piccoli negozi cinesi che vendono gli identici prodotti, tra i minimarket ucraini con un vasto assortimento di birre in lattina. Qui, le cose vivono di un’esistenza fluida, tutto si inventa e si distrugge allo stesso tempo. Assenza e presenza convivono, forse hanno creato una terza categoria, una sorta di persistenza dai confini labili, un incubo per chi si occupa di rendere nominabili, definibili, vendibili, queste cose. In questo luogo ogni linguaggio si deforma, assumendo circonvoluzioni vertiginose per adattarsi agli angoli, ai portoni dei palazzi, ai tratti somatici.

Un vicolo della Duchesca

Le facciate degli edifici sono sbrecciate, altre perfettamente tinteggiate di giallo tufo. I muri dei piani terra sono ricoperti di tag e pezzi di writing, insulti e dichiarazioni d’amore e di fede calcistica. Questa zona è chiamata Duchesca, dal nome di una villa rinascimentale, progettata dall’architetto e scultore Giuliano da Maiano per Alfonso II d’Aragona, famosa per i suoi amplissimi e rigogliosi giardini di stile ispanico-musulmano, al cui interno erano inclusi edifici preesistenti, ruderi e archeologie. Solo pochi anni dopo la sua realizzazione, le vicissitudini storico-politiche del regno di Napoli ne provocarono l’abbandono e la progressiva spoliazione. Il nuovo prese il sopravvento, altre costruzioni caotiche riempirono i giardini, inglobando anche la maestosa villa. Oggi non ne è rimasta una singola pietra, nulla a parte il nome che continua a identificare, con precisione, non solo l’area intorno a Castel Capuano ma anche un certo atteggiamento delle persone che vi risiedono. La Duchesca, tra i quartieri più antichi di Napoli, è relativamente poco attratta dai grandi movimenti di glocalizzazione che caratterizzano alcune zone del centro. Proprio in questo luogo, si sono ramificate e sovrapposte culture caleidoscopiche che hanno assemblato uno spazio in cui inventare un’ipotesi di sussistenza, non senza momenti di crisi e assestamento.

Veduta di piazza Garibaldi con la stazione della metropolitana

Alla fine della strada, si intravede l’apertura di Piazza Garibaldi. Le strutture esterne della fermata della metropolitana, progettata da Dominique Perrault, rappresentano quel sogno di ottimistica imponenza che ha sempre contraddistinto la zona. La piazza e l’annessa stazione furono aperte subito dopo l’Unità d’Italia e l’assetto è rimasto simile fino agli anni ’60 del XX Secolo, quando si ampliarono tutti gli spazi per arrivare all’attuale sistemazione non sistematizzata. I cantieri della metropolitana sono ancora in fase di smantellamento e in città tutti sono curiosi di vedere come andrà a finire, come si attraverserà questa piazza teoricamente ariosa. Per il momento, il traffico continua a scorrere canalizzato in un caos che è l’incubo dei navigatori satellitari e la viabilità pedonale segue leggi non scritte dalla segnaletica orizzontale.

Veduta dell'installazione di Michelangelo Pistoletto per la stazione Garibaldi della metropolitana di Napoli

Incuneati tra i cantieri, i venditori di pacchi, doppi pacchi e contropaccotti si impegnano a far rivivere lo stereotipo. Generazione dopo generazione le rughe sono sempre le stesse, i gesti identici e gli oggetti anche. Sembrano smartphone e tablet ma hanno sempre lo stesso peso, la stessa forma e l’identico valore. Fermano con esattezza matematica solo i turisti, adattano parole e gesti per deformare la realtà fin troppo evidente, ben descritta nelle guide di tutto il mondo. Sul lungo e stretto marciapiede che da via Poerio arriva fino alla Stazione Centrale, incrociando via Milano e via Torino, le insegne si susseguono con un ritmo vertiginoso. Tavole calde e bar, kebab turco, riso indiano, involtini srilankesi, pizzerie da asporto, sfogliatelle e datteri, uno dei rari Mc Donalds. E decine di altri negozi, per lo più molto piccoli, che potrebbero avere qualunque cosa, da televisioni di marca a vesuvi in miniatura e in sfere di vetro con la neve. Le bancarelle ambulanti dei mercatini etnici occupano ogni angolo, a ogni ora del giorno. Furgoncini caricano e scaricano scatoloni grigi e marroni con impressi caratteri cinesi, giapponesi, cirillici. Migliaia di oggetti passano tra migliaia di mani, entrano in buste e tasche, sono mangiati oppure immediatamente rivenduti, formano una corrente ininterrotta di colori, materiali, packaging. Schede di memoria, microfoni Bluetooth, giubbotti imbottiti e cappotti con pelliccia, sciarpe di lana e guanti di seta, scarpe veramente false, pentole in acciaio inox ed elettrodomestici di ultima generazione.

Mercatini improvvisati tra i cantieri della metropolitana di piazza Garibaldi

Uomini di colore vestiti in modo sgargiante si appoggiano alle vetrine straripanti di oggetti. Arrotolano tabacco guardando svogliatamente i passanti. Ragazze asiatiche trasportano pesanti pacchi su carrelli che cigolano, le loro risate sono cristalline e illogiche. Del dialetto napoletano, così impetuoso, si sente solo un sussurro che si confonde con gli accenti dell’est e dell’ovest, del nord e del sud. Le onde sonore, oscillanti nel veicolo dell’aria, traducono questa inerzia in un nuovo linguaggio, in una nuova conoscenza acustica.   



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