17 gennaio 2013

Cronaca dalla Biennale di Kochi. The perfect world, bye bye Europe

 
Cronaca dalla Biennale di Kochi.
The perfect world, bye bye Europe

di Giuseppe Stampone

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È ancora vivo in me l’incontro con questa terra meravigliosa! Appena sceso dall’aereo dopo nove ore di viaggio, di aria condizionata capitalista, ecco che Madre Terra India si manifesta in tutta la sua bellezza, in tutta la sua forza. Una vampata di caldo mista a odori forti mi saltano addosso. Inizialmente ho un capogiro. Sento che il corpo come attraversato da una scossa elettrica! Io e Davide ci guardiamo, ma nessuno dei due dice nulla. Arriva una macchina a prenderci. Per fortuna nostra, dopati come siamo, c’è l’aria condizionata a manetta. Quarantacinque minuti di macchina nel caos totale. Non esistono semafori o precedenze. Niente frecce e stop sulle macchine. Motorini, biciclette, camion, tutti colorati e disegnati a mano. Fantastici. Colori, odori e soprattutto suoni. Clacson assordanti. Sembrava di stare dentro un video gioco. Troppo bello. Rincoglioniti dal viaggio, dallo stress termico. Da 10 a 38 gradi, con un tasso di umidità pazzesco, il tutto incorniciato da un delirio sonoro. Good God! Inizia la partita. La scenografia impreziosita da grandissimi cartelloni pubblicitari che ti accompagnino per lungo la strada fino a Fort Kochi.

Arriviamo alla Fondazione Kochi (che organizza la Biennale) e subito percepiamo sulla nostra pelle la cordialità e la gentilezza di quel fantastico popolo. Tutti giovani con un sorriso fantastico, occhi grandi e neri, discreti e cordiali. Facciamo il sopralluogo. Uno spettacolo. Ex capannoni in riva al mare, ex fabbriche e depositi di spezie. Fin dall’undicesimo secolo, la città era sede del Regno di Cochin. Chiamata “la regina del Mare Arabico”, Kochi fu un importante centro proprio per il commercio delle spezie. In molto scritti di mercanti e viaggiatori dell’epoca, si trovano riferimenti a questa città chiamata ora Cocym, ora Cochym; talvolta Cochin o Cochi. Immensi giardini dove la natura manifesta tutta la sua monumentalità. Andiamo a pranzo e qui prendiamo il nostro primo Tuc Tuc, il taxi motoretta, e mangiamo il nostro primo riso Piri Piri, tipico piatto portoghese. Kochi fu occupata dai portoghesi nel 1503. Divenne la capitale dell’India portoghese e in seguito finì sotto la dominazione olandese e inglese.

L’ultima dominazione che più ha inciso sulla nuova generazione è proprio quella inglese. Con il tempo ho scoperto che tante persone hanno come punto di riferimento l’Inghilterra. Hanno lavorato o si sono laureati e hanno vissuto a Londra. Questo è una cosa molto importante che poi riprenderò in seguito e che giustifica anche il titolo di questo mio racconto.

Una volta scelto lo spazio e confermato il progetto con i due curatori, ci mettiamo al lavoro. Sono passate solo due ore da quando siamo arrivati a Kochi ed ecco che Pavel Swetal (una delle colonne portanti del progetto, che avevo conosciuto in una mostra fatta a Venezia durante la Biennale in cui lui era uno dei curatori) viene da me con il suo cellulare e mi dice che al telefono c’è un responsabile dell’ambasciata italiana a New Delhi che vuole parlare con me. Dopo le presentazioni e il cordiale benvenuto in India, come unico rappresentante del nostro Paese la gentile signora arriva senza troppi se e tanti ma alla questione: i marò. Mi fa capire con modi garbati e cordiali (come nella migliore tradizione democristiana italica) che la situazione è molto calda. Le sue parole sono: «Giuseppe ci dispiace non poter essere presenti, né fisicamente né istituzionalmente, Kochi oggi è un po’ la fossa dei leoni. Ci è stato vietato. Ti raccomandiamo di non creare casini» Della serie: che il lavoro sia giusto, discreto e che non induca a interpretazioni politiche (preciso un piccolo particolare, tante altre ambasciate hanno dato il proprio contributo per i propri artisti!). Niente di nuovo rispetto alla realtà in cui sono cresciuto. Personalmente conosco bene certi meccanismi andreottiani: sorriso sulla bocca e tono di voce rassicurante e pacato, che ancora oggi regna nel nostro Belpaese.

La cosa che veramente mi ha dato fastidio non è stato sentire e vedere i soliti atteggiamenti, ma il fatto che dopo che dall’aeroporto mi ero completamente dimenticato tutta quella cultura precostituita autoreferenziale ed eurocentrica, dopo aver visto quel senso di disordine nelle strade in cui regnava l’elemento dionisiaco della vita in antitesi all’estetizzazione estraniante e narcotizzante tipica occidentale, dopo aver visto quei visi meravigliosi con quei sorrisi e con quegli occhi grandi così pieni di vita, dopo essere stato accolto come si accoglie un amico di una vita nella propria casa, dopo aver notato che per una volta nessuno ti scarica il proprio stress addosso, ecco che grazie alla tecnologia (che purtroppo per me io amo follemente) ripiombo in un istante all’interno di una cultura fritta e rifritta, fatta e determinata da pochi per tanti altri che nel mondo la devono subire.

In seguito ho conosciuto uno dei parenti delle due vittime di pescatori, ho visto che quando ha capito che ero italiano i suoi occhi sono diventati lucidi e piccoli, ho visto che il suo pensiero e la sua mente erano altrove. Abbiamo parlato per tre ore di seguito e in questo arco di tempo non ho mai sentito uscire dalla sua bocca parole o atteggiamenti di odio o rivalsa verso il nostro Paese o verso quei due soldati, ripeto soldati e anche qui il discorso meriterebbe molto più tempo, ma mi soffermo a dire che per anni noi occidentali abbiamo usato la guerra e la violenza come metodo efficace per l’esportazione della democrazia e della libertà.

All’improvviso, all’interno di quel meraviglioso video game mi sono apparse due opzioni: la visione di una strada nuova con metodo e spirito in antitesi a tutto ciò cui ero abituato, oppure riprendere la strada di chi, da buon occidentale, è messo in pericolo da questa gente che non sa cos’è la democrazia e la libertà, e che in modo ingiusto ha messo in carcere due padri di famiglia! E per quale colpa? Solo perché sentendosi minacciati da due uomini all’interno di due sommergibili nucleari hanno pensato di sparare per primi. Un altro piccolo particolare: i due pescatori-nucleari sono morti. Inutile dire che ho preferito non sentire più quella persona così cordiale dell’ambasciata. La cosa ancora più comica è stata poi che, quando sono tornato in Italia, ho saputo che qualcuno ha proposto di candidare questi due “eroi” alle prossime elezioni politiche.

Entrando nel merito del progetto della Biennale, la cosa che mi è veramente piaciuta, che poi racchiude anche tutta l’esperienza che ho fatto a Fort Kochi sia umanamente che artisticamente, è la coerenza curatoriale nella scelta degli artisti e delle loro opere. Si sa che in ogni biennale o nelle grandi mostre, ci possono essere lavori buoni e non, artisti che senti più vicino ed artisti che ti piacciono meno. Il comun denominatore è stato che comunque ogni artista invitato ha fatto della propria vita la propria opera. Come ben dice Raffaele Gavarro, il lavoro di questi artisti è il frutto della coerenza etica che si stabilisce tra la propria opera e il mondo in cui si colloca. Un modo di essere nella realtà dell’artista, che significa anche la capacità e la possibilità di cambiarla quella stessa realtà.

Un altro fatto che mi ha colpito in positivo è lo scontro-incontro generazionale che c’è stato in occasione di questa Biennale. In effetti la notizia che il vostro giornale ha riportato qualche tempo fa (Biennale di Kochi-Muziris, dal vandalismo sulle opere alla solidarietà degli abitanti. Storia di uno scontro-incontro tra il Kerala e l’Occidente www.exibart.com) non mi ha stupito più di tanto. Chi è stato lì, sa che se da una parte c’era tutta la nuova generazione che mostrava il proprio entusiasmo per la Biennale, dall’altra si percepiva uno scetticismo al limite dell’ostilità. Mi spiego meglio. Secondo me, e solo secondo me (mi prendo la responsabilità di quello che scrivo), all’inizio la Biennale è stata finanziata ed appoggiata da una parte politica. Poi, alcuni mesi, fa le cose sono cambiate e si sono creati degli attriti che sono stati risolti dando appoggio e continuità al progetto, criticando il metodo del finanziamento precedente, ma riconoscendo alla Biennale la validità e il lavoro svolto fino ad allora. Qui in India non è come in Italia, dove quando una forza politica sostituisce la forza politica precedente al governo distrugge e nega tutto quello che è stato fatto prima. Partita la macchina, si sono accese le luci dello spettacolo. Tutto benissimo. La stampa e i media hanno fatto il resto.

A questo punto c’è l’happy end? Purtroppo no. C’è sempre qualcuno che, non avendo fatto parte di questo grande spettacolo e vedendone i risultati, forse ha pensato che sarebbe stato meglio rovinare la festa. Ma così facendo hanno sicuramente dato ancora più visibilità alla Biennale. Soprattutto hanno scoperto che la gente del posto non era dalla loro parte, ma da quella che aveva lavorato per costruire qualcosa di speciale. Finalmente a questo punto del racconto dove ho parlato sempre male del mio Paese, che amo con tutto il mio cuore, devo dire tutto il bene del responsabile della comunicazione Michelangelo Bendandi, che ha già lavorato in Italia con Francesco Bonami per il progetto Enel e che si è occupato del padiglione inglese alla Biennale di Venezia di due anni fa.

Concludo dicendo che la cosa che più mi manca dell’incantesimo indiano (avevo sentito parlare del mal d’Africa… mai del mal d’India!!!!) sono le serate a Hold Harbour quando con i curatori, i collaboratori e gli artisti passavamo ore bellissime. Tornerò presto a Kochi per vivere ancora momenti così intensi umanamente e artisticamente.

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